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Anatomia del pellegrino
di Niccolò Mazzucco
   

Lo chiamarono “il bipede barcollante”. Precarie le condizioni di equilibrio su cui la sua postura eretta si reggeva.
Il bipedismo, il camminare su due soli arti, tanto gli studiosi si sono domandati quale guadagno ne derivasse.
Ma il camminare è attività distintiva dell’uomo prima che esso fosse “uomo”. La nostra specie ha fatto della locomozione bipede, del camminare e non solo, del correre e dello spostarsi, una sua caratteristica: una sua prerogativa. Già l’homo erectus fu un colonizzatore senza pari; fu il primo vero viaggiatore. Dall’Africa verso l’Asia e l’Europa forse in meno di un milione di anni e sfruttando già come vie di comunicazione le distese d’acqua attraverso la navigazione, la presenza di ponti terrestri ed altri collegamenti temporanei tra i continenti.
Vi è certamente una base biologica dietro le migrazioni di singoli individui ed intere popolazioni: la cerca del partner, di nuove fonti alimentari, ma anche la competizione fra specie così un’esagerata crescita e pressione demografica.
Ma vi sono fattori di carattere sociale, economico e psicologico dietro il continuato e frenetico spostarsi umano che lo differenziano e lo complicano rispetto a qualunque altra specie.
Parlare di Chatwin quando si parla del viaggio diventa quasi un cliché. Fu proprio lo scrittore a codificare l’impossibilità di rimanere fermi, “l’irrequietezza”, trovandovi una ragione insita nell’uomo, una pulsione “inseparabile dal sistema nervoso”.
Fuga, scoperta, rinascita, sono tutti temi del viaggio, che si può ripresentare in una miriade di forme diverse. Il movimento non è semplicemente qualcosa di anarchico, come un’opposizione tra nomadismo e mondo stanziale, tra mondo primitivo e civilizzato. No il viaggio può nascere anche dal desiderio di dare ordine. Nel momento in cui si parte, in cui si accende un movimento, si crea un tragitto, una strada, un obbiettivo, una metà, per quanto provvisoria.
Un aspetto di questo movimento ne è il pellegrinaggio. Non ne esce, non è una categoria a sé stante e non lo si può semplicemente chiuderlo all’interno del termine “religioso”.
Lo stesso pellegrino, etimologicamente, non è nient’altro che colui che “va attraverso i campi”. Per molti aspetti esso non differisce da un comune viaggiatore., ma ha un elemento che lo differenzia sostanzialmente: esso tende con straordinaria forza verso l’inatteso. Come un uomo che scruta ogni sasso attorno a sé pronto a riconoscervi un volto.
Per chiarire quest’immagine è necessario arrivare al concetto di “sacro”.
Otto Rudolf, teologo e storico delle religioni, riteneva che il sacro fosse una categoria della mente umana che permettesse di conoscere anche ciò che non altrimenti non era conoscibile attraverso la ragione: il sovrannaturale.
Gli studi sul sacro si sono sbizzarriti, incontrati, stralciati a vicenda; farne una anche solo una lista delle teoria e della letteratura che si è scritta sarebbe impraticabile in questa sede. Tuttavia è da rilevare che il concetto del sacro è legato inscindibilmente all’idea di una forza che viene percepita come straordinariamente potente e fuori dell’ordinario.
Recenti progressi nelle scienze cognitive, che vedono tra i loro maggiori fautori autori quali Pascal Boyer, Scott Atran, Alan Leslie, hanno però proposto una rilettura di tale concetto e delle modalità con cui l’uomo ne fa esperienza.
La mente umana sarebbe infatti composta di un insieme di dispositivi computazionali, chiamati moduli o meccanismi modulari, legati ognuno ad uno specifico problema cognitivo e comportamentale. Ogni dispositivo ha un suo campo di dominio all’interno del quale si attiva; vi è ad esempio un modulo atto al riconoscimento dei volti e delle espressioni facciali dei nostri simili, così come vi è un modulo atto ad analizzare esclusivamente stimoli di tipo acustico-linguistico. Non esisterebbe però nessun meccanismo atto a rilevare il “sacro” od altri fenomeni religiosi, bensì il sacro si configurerebbe come un errore proprio nell’attivazione di tali meccanismi.
Cosa accade di fatto quando si riconosce un volto in una nuvola od in un sasso?
I meccanismi modulari possono attivarsi anche al di fuori del loro campo di dominio. Tale evento, tale “errore”, produrrebbe un dato immediatamente rilevante, come un qualcosa di inatteso e straordinario. È allora che si avrebbe la nascita di un’idea religiosa.
Esse nascerebbero nel momento in cui si registra e si fa esperienza di un aspetto che viola e tradisce le nostre aspettative. Ognuno di noi ha infatti un’ampia serie di aspettative riguardanti ad esempio, il comportamento dei corpi nello spazio e il loro movimento, o circa alcuni processi biologici, quale la morte o la nascita. Le idee religiose sistematicamente tradirebbero tali aspettative.
Il sacro lo si potrebbe quindi leggere come una categoria di stimoli e percezioni direttamente influenzata dall’ambiente e dalle situazioni esterne, ambientali e sociali. È un esperienza che si connota come straordinaria, ma non come trascendente o distaccata dalla realtà. E semmai da essa che nasce ed lo fa in maniera inconsapevole, intuitiva e spontanea.
Una delle tradizionali letture delle credenze religiose le imputava all’azione e alla pressione sull’individuo e sulle popolazioni di tensioni, paure e preoccupazioni di carattere morale e metafisico, circa la morte, malattie, agenti negativi, e via dicendo.
I fatti religiosi sembrano invece scaturire da un serie di elementi che da un lato tradiscono le nostre aspettative sulla realtà, inattesi quindi, e che dall’altro sembrano invece confermarle. Come un mix di caratteri tipicamente umani e tipicamente non-umani. Alcuni di questi stimoli, scaturiti e percepiti direttamente dall’ambiente esterno, funzionerebbero da perno per la nascita di credenze religiose, poi arricchite di elementi ed assunzioni “intuitive”.
Può essere quindi, per tornare al nostro tema, il pellegrino un uomo che scruta ogni sasso attorno a sé pronto a riconoscervi un volto?
Forse.
Il pellegrinaggio è certo si configura come il mondo dell’inatteso. Per definizione è al di fuori dell’ordinario.
Testimonianze etnografiche ripetono con vigore che il pellegrinaggio era ancora nella prima metà del secolo scorso un momento in cui si valicavano, trasgredivano barriere e sbarramenti, cliché sociali, differenze di sesso ed età.
È un momento di liberazione, in cui era lecito fare ciò che altrimenti, nel quotidiano non lo era.
Il pellegrino è così forse nella condizione ideale per cogliere l’inatteso. Tende verso lo straordinario. È pronto ad ascoltare.
È un movimento spontaneo il suo, una migrazione libera, senza mediazioni, che permette di liberarsi dalle ansie, dai pensieri di ogni giorno e porsi in una condizione privilegiata per l’osservazione del suo tragitto e del suo cammino e del “sacro” che vi è e che lo circonda.
Parafrasando “l’ordinario” e “l’impossibile” di Lorenzo Carlo Magno, solo un’altra chiave di lettura del peregrinare.


Riferimenti bibliografici
Boyer Pascal, Religion Explained, Basic Books
Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequitezza, Adelphi
Filoramo Giovanni, Cos’è la religione: temi, metodi, problemi, Einaudi
Tobias Philip V., Il bipede barcollante: corpo, cervello evoluzione umana, Einaudi

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