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Le
storie qui raccontate sono silenziosamente tramandate da
occhi ciechi e bocche serrate di statue, che parlano semplicemente
stando. Furono scolpite nel travertino sulla strada che
va verso Gracciano, ad ovest di Colle di Val dElsa,
intorno allXI secolo o poco prima. Attorno vi è
costruita unabbazia, uno spedale ed un mulino, che
prende il nome di badia, Santa Maria Assunta a Conèo.
Questo monastero che isolato era ed isolato è, sembra
poi non esser tanto cambiato nella struttura e nel suo sfondo
per quei dieci secoli per cui è passato. Eppure proprio
perché ancora in mezzo alla campagna senza che attorno
vi siano altri segni dellintervento umano, a poca
distanza dallincrocio del tracciato collinare della
Francigena con il meridionale della Volterrana, quelle rocce
scolpite, hanno più significato.
O almeno lo dovevan aver avuto per chi vi passava vicino,
in cerca di un rifugio, o per i pellegrini che scendevano
per quelle strade o per chi vi abitò e chi morì,
visto che di loro solo restano notizie per i primi decenni.
La prima attestazione della badia è infatti data
dal necrologio della stessa: la morte dellabate Lamberto,
che vi era entrato come monaco nel 1032, già vescovo
di Firenze, e che vi si spense in un 15 maggio dellXI
secolo.
Labbazia ebbe notevole fortuna, soprattutto tra il
XII e il XIII secolo, mentre vide il suo dimezzarsi tra
il XIV e il XV secolo. Nel 1575 era divenuta una parrocchia
con 30 famiglie e 150 fedeli e con beni per 400 ducati.
Rimase in vita e attiva almeno fino metà 700,
quando ledificio subì alcuni lavori di ristrutturazione
per far fronte allaumento di popolazione nellarea
circostante, che ammontava a ben 214 anime.
Delle storie che aleggiano tra pieve e monastero, basterà
concentrarci su un solo capitello per aver argomento di
discussione. Il capitello di una semicolonna di un arco,
impostato giusto adiacente al fianco destro della chiesa,
dal quale saccede al chiostro attorno a cui le strutture
del monastero si sviluppano. Ivi, sono scolpite due figure:
un uomo, ben riconoscibile dal sesso appena abbozzato, cosa
già strana per larte lombarda del XI secolo,
ed un donna, riconoscibile invece dallassenza di barba
e dallacconciatura.
Al centro, tra le due, un arbusto o un alberello di foglie
stilizzate, come riccioli trilobati. Le figure dovrebbero
rappresentare Adamo ed Eva e larbusto, lalbero
della vita o lalbero proibito, in una sua forma che
sembra essere derivata dall iconografia orientale,
in particolare da alcune molte raffigurazioni persiane.
Così rappresentata la scena scolpita sembra preannunciare
un gioco che sarà diffuso in Germania, dal XVIII
secolo, proprio nel ricorrere della notte di natale. La
pratica,nota come Adam und Eva Spiele, ovvero
Gioco di Adamo ed Eva diffusa ampiamente nelle
città della Renania, regione storica della Germania
occidentale, prevedeva che le piazze e le chiese dei paesi
fossero riempite di alberi di frutta e simboli dell'abbondanza
per ricreare un ideale immagine del Paradiso. Con il tempo
gli alberi da frutto furono sostituiti da abeti, e gli abeti
addobbati con doni, come noci, mele, datteri, fiocchi o
fiori di carta. Gli abeti avevano già difatti una
profonda valenza magica per il popolo, proprio per lesser
sempreverdi, dono che secondo la tradizione
gli venne concesso dallo stesso Gesù come ringraziamento
per averlo protetto mentre era inseguito da nemici. Fu così
che secondo alcune cronache cinquecentesche nacque lalbero
di natale nelle regioni a Nord del Reno.
Si arriva così allhaoma orientale. Il culto
dellalbero come simbolo di abbondanza è difatti
noto dai lapponi, sino agli Indiani, dagli Scandinavi sino
i Persiani, dagli Italici ai Greci. Ma ancor prima di esser
simbolo di ricchezza lalbero è simbolo della
trascendenza: legame tra i due mondi, tra cielo e terra,
che affonda le radici nelluno e staglia le punte nellaltro.
È poi simbolo generativo, simbolo del progenitore
per eccellenza, sotto il cui ceppo nascevano i bambini sia
nella tradizione Germanica che in racconti Greci e Latini.
Lhaoma, nelle culture asiatiche (in particolare ci
è noto dallAvesta, raccolta di testi sacri
della religione zoroastriana) è lalbero paradisiaco,
il bianco haoma che conferisce limmortalità
a chi si ciba dei suoi frutti. Il termine haoma
ha realtà diverse accezioni e può indicare
la pianta come anche il succo o la bevanda o la divinità
ad essa legata. Nella sua accezione di albero, legato allimmortalità
o meglio, al rifuggire della morte, è in realtà
presente sia in ambito veddico, come in ambito sumerico
ed in particolare nellepopea di Gilgamesh.
Il
capitello di Badia a Conèo può semplicemente
rappresentare lepisodio del vecchio testamento, ma
collegamenti con larte e la mitologia orientale non
sono da rifuggire. Il capitello opposto, sullaltra
semicolonna dellarco, non a caso rappresenta un volatile,
probabilmente un airone o un pavone, tra due palmizi. Le
figure e le sculture di Badia a Conèo se forse pur
in modo silenzioso o inconsapevole, di tali storie ne portano
leredità, ed è immaginabile che non
solo a monaci, ma a viaggiatori e pellegrini, decorazioni
e capitelli parlassero chiaro, avessero un senso o una storia
da raccontare, come un simbolo comune in cui riconoscersi
e in cui tirare un sospiro di sollievo.
BIBLIOGRAFIA
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terra di S.Gimignano in Valdelsa, in G. Targioni Tozzetti
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Firenze
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illuminato dalla comparazione, in Storia comparata degli
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Milano
6 www.wikipedia.it; www.esopedia.it
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