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Storie nella roccia
di Niccolò Mazzucco
   

Le storie qui raccontate sono silenziosamente tramandate da occhi ciechi e bocche serrate di statue, che parlano semplicemente stando. Furono scolpite nel travertino sulla strada che va verso Gracciano, ad ovest di Colle di Val d’Elsa, intorno all’XI secolo o poco prima. Attorno vi è costruita un’abbazia, uno spedale ed un mulino, che prende il nome di badia, Santa Maria Assunta a Conèo.
Questo monastero che isolato era ed isolato è, sembra poi non esser tanto cambiato nella struttura e nel suo sfondo per quei dieci secoli per cui è passato. Eppure proprio perché ancora in mezzo alla campagna senza che attorno vi siano altri segni dell’intervento umano, a poca distanza dall’incrocio del tracciato collinare della Francigena con il meridionale della Volterrana, quelle rocce scolpite, hanno più significato.
O almeno lo dovevan aver avuto per chi vi passava vicino, in cerca di un rifugio, o per i pellegrini che scendevano per quelle strade o per chi vi abitò e chi morì, visto che di loro solo restano notizie per i primi decenni. La prima attestazione della badia è infatti data dal necrologio della stessa: la morte dell’abate Lamberto, che vi era entrato come monaco nel 1032, già vescovo di Firenze, e che vi si spense in un 15 maggio dell’XI secolo.
L’abbazia ebbe notevole fortuna, soprattutto tra il XII e il XIII secolo, mentre vide il suo dimezzarsi tra il XIV e il XV secolo. Nel 1575 era divenuta una parrocchia con 30 famiglie e 150 fedeli e con beni per 400 ducati. Rimase in vita e attiva almeno fino metà ‘700, quando l’edificio subì alcuni lavori di ristrutturazione per far fronte all’aumento di popolazione nell’area circostante, che ammontava a ben 214 anime.
Delle storie che aleggiano tra pieve e monastero, basterà concentrarci su un solo capitello per aver argomento di discussione. Il capitello di una semicolonna di un arco, impostato giusto adiacente al fianco destro della chiesa, dal quale s’accede al chiostro attorno a cui le strutture del monastero si sviluppano. Ivi, sono scolpite due figure: un uomo, ben riconoscibile dal sesso appena abbozzato, cosa già strana per l’arte lombarda del XI secolo, ed un donna, riconoscibile invece dall’assenza di barba e dall’acconciatura.
Al centro, tra le due, un arbusto o un alberello di foglie stilizzate, come riccioli trilobati. Le figure dovrebbero rappresentare Adamo ed Eva e l’arbusto, l’albero della vita o l’albero proibito, in una sua forma che sembra essere derivata dall’ iconografia orientale, in particolare da alcune molte raffigurazioni persiane.
Così rappresentata la scena scolpita sembra preannunciare un gioco che sarà diffuso in Germania, dal XVIII secolo, proprio nel ricorrere della notte di natale. La pratica,nota come “Adam und Eva Spiele”, ovvero “Gioco di Adamo ed Eva” diffusa ampiamente nelle città della Renania, regione storica della Germania occidentale, prevedeva che le piazze e le chiese dei paesi fossero riempite di alberi di frutta e simboli dell'abbondanza per ricreare un ideale immagine del Paradiso. Con il tempo gli alberi da frutto furono sostituiti da abeti, e gli abeti addobbati con doni, come noci, mele, datteri, fiocchi o fiori di carta. Gli abeti avevano già difatti una profonda valenza magica per il popolo, proprio per l’esser “sempreverdi”, dono che secondo la tradizione gli venne concesso dallo stesso Gesù come ringraziamento per averlo protetto mentre era inseguito da nemici. Fu così che secondo alcune cronache cinquecentesche nacque “l’albero di natale” nelle regioni a Nord del Reno.
Si arriva così all’haoma orientale. Il culto dell’albero come simbolo di abbondanza è difatti noto dai lapponi, sino agli Indiani, dagli Scandinavi sino i Persiani, dagli Italici ai Greci. Ma ancor prima di esser simbolo di ricchezza l’albero è simbolo della trascendenza: legame tra i due mondi, tra cielo e terra, che affonda le radici nell’uno e staglia le punte nell’altro. È poi simbolo generativo, simbolo del progenitore per eccellenza, sotto il cui ceppo nascevano i bambini sia nella tradizione Germanica che in racconti Greci e Latini.
L’haoma, nelle culture asiatiche (in particolare ci è noto dall’Avesta, raccolta di testi sacri della religione zoroastriana) è l’albero paradisiaco, il “bianco haoma” che conferisce l’immortalità a chi si ciba dei suoi frutti. Il termine “haoma” ha realtà diverse accezioni e può indicare la pianta come anche il succo o la bevanda o la divinità ad essa legata. Nella sua accezione di albero, legato all’immortalità o meglio, al rifuggire della morte, è in realtà presente sia in ambito veddico, come in ambito sumerico ed in particolare nell’epopea di Gilgamesh.
Il capitello di Badia a Conèo può semplicemente rappresentare l’episodio del vecchio testamento, ma collegamenti con l’arte e la mitologia orientale non sono da rifuggire. Il capitello opposto, sull’altra semicolonna dell’arco, non a caso rappresenta un volatile, probabilmente un airone o un pavone, tra due palmizi. Le figure e le sculture di Badia a Conèo se forse pur in modo silenzioso o inconsapevole, di tali storie ne portano l’eredità, ed è immaginabile che non solo a monaci, ma a viaggiatori e pellegrini, decorazioni e capitelli parlassero chiaro, avessero un senso o una storia da raccontare, come un simbolo comune in cui riconoscersi e in cui tirare un sospiro di sollievo.

BIBLIOGRAFIA
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3 Cammarosano et al., 1996, Chiese Medievali della Valdelsa, I territori della Francigena, vol. II, pp. 209-210
4 Salmi M., 1927, La scultura romanica in Toscana, Firenze
5 Gubernatis De A., 1878, L‘albero di Natale illuminato dalla comparazione, in Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Milano
6 www.wikipedia.it; www.esopedia.it

 
 
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