| L'osteria
dei Pellegrini, completata nel 1616, s'inserisce tra gli atti
di nascita del nuovo centro di Monsummano Terme, propaggine
verso la piana di Fucecchio e la Val di Nievole della comunità
di Monsummano Alto, e rappresenta con la sua edificazione
l'unione d'una diffusa religiosità popolare e delle
volontà d'espansione della popolazione locale, con
l'appoggio del Granduca di Toscana e delle autorità
ecclesiastiche.
All'interno
dei "Ricordi", scritti tra il 1602 ed il 1604
da Don Casciani, allora parroco della chiesa di San Nicolao
(prospiciente l'antica platea communis in Monsummano Alto),
in data 7 luglio 1602, troviamo: "Ricordo come questa
mattina, quando si diceva la Messa alla Vergine Maria di
piano, apparve costì dintorno a detta Madonna di
verso Monte Summano, in un pezzo di terra che è dell'opera
della Chiesa di San Nicholò di Monte Summano, una
polla d'acqua buona et in quantità, et subbito se
ne cominciò a bere et era veramente di quella bontà
et freschezza che rispetto al tempo et luogho pareva essere;"(1).
Nello stesso luogo infatti (già noto con il toponimo
di "Pozzo Vecchio" o "Renatico") sin
dai primi decenni del XVI secolo era presente un tabernacolo
recante una devota immagine della Vergine Maria con Gesù
Bambino sulle ginocchia, circondata da quattro santi, comunemente
riconosciuti come San Nicolao, San Marco, San Sebastiano
e San Rocco( 2).
La tradizione vuole che il 9 giugno del 1573 una pastorella,
di nome Jacopina, forse della famiglia Mariotti, come d'abitudine,
tornando verso casa, si fermò a pregare davanti all'immagine
sacra, lungo la strada provinciale del Val d'Arno inferiore,
perdendo così di vista il proprio gregge. Accortasi
della svista, la fanciulla, disperata, s'inginocchiò
nuovamente presso il "margine" invocando la Vergine,
speranzosa di poter ritrovare le proprie pecore. La Madonna,
si narra, mosse allora gli occhi e stendendo il braccio
le indicò il punto dove si era radunato il gregge;
disse poi alla fanciulla di recarsi a Monsummano e di raccontare
l'accaduto, chiedendo al rettore della Chiesa di San Nicolao
di costruire una chiesa lì dove si trovava il Tabernacolo.
Fonti successive, aggiungono alla narrazione la presenza
di una candela che la Madonna avrebbe consegnato alla pastorella
e che mai si sarebbe spenta durante il tragitto, nonostante
la pioggia incessante ed il vento, come segno della sua
inconfutabile volontà (3).
Già dai primi che seguirono il 1573, fu costruito
un piccolo oratorio, noto come "oratorio del Margine",
come ricovero per il tabernacolo e come luogo di preghiera
ove svolgere la messa (3).
Da allora altri eventi prodigiosi si susseguirono attorno
alla "Madonna del piano" ed i fedeli iniziarono
numerosi ad accorrere in preghiera presso il piccolo oratorio
(3).
Il flusso dei pellegrini, secondo quanto riporta Michelangelo
Solei, che parla di un "grandissimo concorso"
che "pareva l'anno santo", dovette essere assai
ingente soprattutto dai circostanti luoghi del territorio
lucchese, pistoiese, fiorentino, pratese, pisano, bolognese
ed anche del modenese, tanto che giunsero più di
centocinquanta fraternità, o compagnie per la devozione,
portando appresso ricchissimi doni ed offerte, sia in denaro
che in beni d'altro genere (5).
Il nome della "Fonte Nuova", legato tradizionalmente
all'apparizione della polla d'acqua vicino al tabernacolo,
è da imputare tuttavia ad una attribuzione tarda,
al di fuori dell'uso locale, probabilmente in relazione
ai miracoli di Lourdes, dal 1878, e sull'onda della proclamazione
del dogma dell'Immacolata Concezione (4).
L'edificazione del Santuario della "Madonna della Fonte
Nuova" si data al 30 dicembre 1602, quando Cosimo II,
per conto di Ferdinando I de' Medici pose la prima pietra
della Basilica (4).
La tradizione d'investire un luogo della protezione di un'entità
spirituale o sovrannaturale - nella cristianità di
un Santo o della Vergine - fu un fenomeno diffusissimo,
se pur non senza opposizioni, anche in Toscana, tradendo
probabilmente origine da rituali pagani assai più
antichi e testimoniati dai numerosi eremi e santuari dedicati
a Madonne dell'Acero, della Quercia, del Faggio, del Frassino
ecc., secondo un modello che voleva gli alberi come "capitelli
verdi": supporti naturali recanti immagini sacre -
quadri, piastrelle o tegole dipinte - incastonate tra le
loro fronde (6).
I tabernacoli e sacelli non differiscono molto da queste
manifestazioni, se non per la scelta di un "ricovero"
edificato anziché naturale.
Ognuno di questi elementi, gli alberi sacri come i sacelli,
hanno una propria dimensione spirituale e religiosa ben
radicata nella cultura popolare e che nasce da un sincero
bisogno di soccorso nell'aiuto soprannaturale di figure
vicine e consolatrici quali i Santi e la Vergine. Attorno
ai tabernacoli è quindi sovente vedere addobbi, ex-voto
(anche semplici cartoline o pitture), corone di fiori ed
altri atti di devozione anche estremamente semplici e spontanei,
quale l'abitudine di segnarsi passandovi davanti, la recita
di una preghiera individuale o la raccolta di fiori da appendere
in qualche crepa del tabernacolo (com'anche la vicenda di
Iacopina Mariotti racconta) (3).
Accanto a manifestazioni personali sono sopravvissute, almeno
sino agli anni '60 dello scorso secolo, tradizioni popolari
comunitarie quali processioni, tridui e penitenze ed in
particolare si ricordano (dal verso "Te rogamus, audi
nos!") le rogazioni: processioni, accompagnate da preghiere
propiziatorie, praticate dal 25 aprile e nei tre giorni
precedenti la festa dell'Ascensione, che prevedevano un
percorso per zone campestri, con soste presso i capitelli,
alberi sacri, croci ed in corrispondenza di altri altari
allestiti per l'occasione. Le rogazioni rappresentavano
la preghiera del contadino contro i malanni del tempo e
le calamità naturali quali grandine e siccità.
D'altro canto la localizzazione di capitelli e tabernacoli
non era motivata solo da fattori religiosi, ma era anche
dipendente da ragioni di carattere topografico e sociale.
Spesso erano posti in presenza di confini tra comuni e contrade
o all'incrocio di diversi tracciati viari, ed inoltre, considerando
che spesso erano situati in luoghi rurali, quindi al di
fuori dei centri abitati e del loro controllo, avevano la
funzione di attestare la presenza umana e l'apertura verso
lo sfruttamento e la circolazione in zone di recente bonifica
o in zone afflitte dalla predazione di ladroni e banditi
(quest'ultimo caso ad esempio è attestato per il
Santuario della Madonna della Quercia presso Viterbo) o
più generalmente, in zone considerate insicure e
selvagge.
La fondazione di un Santuario, come quello di Monsummano,
se pur esprimeva la volontà delle istituzioni ecclesiastiche
di essere sempre più capillarmente presenti sul territorio
rurale (7), era un atto molto
forte di crescita e di sviluppo da parte della comunità
che lo aveva prodotto, nel quale caso rappresentata dai
monsummanesi, che dal centro arroccato sul colle si spingevano
verso all'area del Padule - nel corso del '500 già
verso il prosciugamento e la messa a coltura - e verso la
vicina Francigena (6).
La diffusione dei culti mariani, soprattutto per la costruzione
di santuari ed opere di maggiore risonanza, fu fortemente
favorita in Toscana dalla partecipazione del Granduca e
conseguentemente dalle autorità ecclesiastiche (8),
che ad ogni modo, a seguito del Concilio di Trento, favorirono
tali manifestazioni a conferma della tradizione cristiana
medioevale, dei suoi dogmi e delle sue immagini, contro
la Riforma protestante e ogni tendenza separatrice (6).
Le strutture assistenziali si possono in tal senso vedere
come un saldo punto di riferimento sul territorio per l'intera
comunità locale, non solo sul piano del sacro ma
anche su un piano concreto vicino al quotidiano e alle sue
necessità materiali.
Nel territorio della Valdinievole questo era ancora più
vero in quanto la stagnazione delle acque palustri nella
piana era considerata a ragione, già da tempo, la
principale causa scatenante delle frequenti ondate di malattia
ed epidemie (6). Basti pensare
che l'ondata di pesti pestilenze del 1630 portò ben
649 morti nel solo Monsummano Alto. La stessa immagine di
San Rocco, dipinta accanto alla Vergine sul tabernacolo
dei miracoli presso "Renatico", non era invocata
per altro se non per la protezione dai morbi pestiferi per
cui il santo era tradizionalmente noto (3).
L'espansione di Monsummano verso Fucecchio significava inoltre,
non solo l'acquisizione di nuovi terreni coltivabili, sottratti
ad aree altrimenti malsane, ma anche una maggiore sicurezza
delle strade e nuove possibilità economiche per il
borgo e per la popolazione, e fu proprio la costruzione
del Santuario - elemento di richiamo e di unità -
a sancire tale atto di crescita.
Chi provvide e spinse tale costruzione, non fu però
tanto il Granduca Ferdinando I, che pure sostenne e offrì
aiuti economici, a segno di un diffuso "mecenatismo
devozionale", ma principalmente la comunità
locale, raggruppatasi attorno alla cosiddetta "Opera",
un ente della parrocchia di Monsummano. Gli stessi fondi
necessari furono racimolati principalmente grazie alle donazioni
dei pellegrini, come si legge da una delle lapidi apposte
sulla facciata della Chiesa: "Ex oblatis erigendo"
(5).
Fu una sinergia di interessi economici e sociali, sia da
parte dei locali che delle istituzioni ecclesiastiche e
temporali, a portare al felice compimento della chiesa e
della prospiciente osteria, ma la diffusione ed il successo
del culto mariano si devono principalmente ad un reale sentimento
religioso, che è attestato chiaramente sin dalle
più antiche testimonianze di cui disponiamo.
Anche per altri santuari dell'Italia Centrale (ad es. Madonna
del Faggio a Castelluccio) è possibile considerare
una dinamica di sviluppo parallela, che con le dovute differenze,
prevedeva una ragione di carattere ideologico e politico
accanto ad un forte sentimento popolare di devozione e partecipazione,
sia organizzativa che economica che religiosa (9).
La costruzione dell'Osteria dei Pellegrini non era quindi
pensata per un servizio d'accoglienza sporadico e circostanziale,
legato semplicemente alla convergenza dei fedeli attorno
ai luoghi della fede, ma rientrava in un piano d'urbanizzazione
e di sviluppo che affidava a Monsummano la veste specifica
di piazza d'incontro, di scambio e di nuovo centro cultuale.
La struttura ospitaliera in tal caso è da essere
letta come parte e complemento di un insieme organico. Non
a caso i primi due edifici che inaugurarono la nascita del
centro basso di Monsummano, furono appunto il Santuario
e l'Osteria, e solo dopo si ebbe la costruzione del contorno
di abitazioni e servizi. Come il Bacci ricorda: "la
detta chiesa è il vero nucleo del paese" "i
primi che vennero ad abitarvi furono attirati dai miracoli"
"Dunque il popolo di Monsummano è, in modo tutto
speciale, creatura della Madonna" (3).
L'Opera, grazie alle oblazioni continuate, riuscì
già entro il 1605 a comprare tutta la terra adiacente
la nuova chiesa e già dall'anno seguente furono destinati
2000 scudi per la costruzione di un'osteria "che in
quel piano di povere case, accogliesse la gente venuta di
lontano a visitare la sacra Immagine" (3).
Il disegno dell'edificio fu affidato all'architetto Granducale,
Gherardo Mechini, ed i lavori, iniziati nel 1607 e conclusi
nel 1616 - fatta eccezione per l'arredo e la decorazione
del complesso che perdurarono sino al 1633 - furono affidati
alla direzione del capomastro Domenico Marcacci (6).
A pochi anni dalla sua costruzione il complesso di Monsummano
già si attestava essersi pienamente inserito nella
geografia dei pellegrinaggi dell'Italia Centrale. Nel 1609,
riporta il Bacci, l'osteria, "somministrava all'Opera
cinquantadue scudi per fitto di un anno", e già
i primi pellegrini furono alloggiati nell'edificio ben prima
che questo fosse completato, ovvero già dal settembre
del 1609, anno in cui fu messa in appalto la gestione dell'osteria
per due anni, al prezzo di 104 scudi, a Meo di Niccolao
Pazzaglini di Pieve a Nievole (3).
Lo stesso portico dell'osteria, nasceva a parere del Bacci,
come quello dell'antistante chiesa, non solo per fini estetici,
ma come ricovero per i forestieri, "che per piogge
e per notti fossero trattenuti" (3).
L'offerta di ricovero dell'Osteria dei Pellegrini era ben
regolata da uno statuto locale e tutt'altro che casuale,
tanto che, nessuno entro un miglio, poteva "fare osteria",
ovvero ospitare viandanti, se non pagando la tassa di 18
scudi per "osteria" (3).
I servizi assistenziali oltre all'accoglienza dei viandanti
si legavano anche a fini specifici secondo un'attività
di sostegno e solidarietà verso le famiglie affette
da disagi sanitari o avversità economiche, come parte
di un circuito assistenziale più ampio, assieme al
Santuario delle Vedute di Fucecchio ed altri luoghi sacri
dell'area (6).
L'Osteria assolse esclusivamente attività di ricovero
e sostegno fino al 1775, se pur già nel 1616, fu
concessa per 4 scudi l'anno una stanza all'uso della Comunità
di Monsummano Alto. Nel 1775 divenne anche sede della Comunità
delle due Terre, istituto promosso dal Granduca che riuniva
amministrativamente i Comuni di Monsummano e Montevettolini.
L'edificio rimase comunque di proprietà del Santuario
della Fontenuova e le trasformazioni più consistenti
del fabbricato risalgono tutte al XIX secolo quando perse
progressivamente le sue funzioni originarie, sempre più
delegate alle strutture private che si moltiplicavano nella
zona, per accogliere uffici e magistrature pubbliche, tra
cui le scuole comunali, il Teatro Giusti, le prigioni, l'ufficio
postale e l'ufficio telegrafico (3).
BIBLIOGRAFIA
1
Natali C., Il santuario di Maria SS. Della Fontenuova, Monsummano
Terme, 1963
2
Romby C. G., Per onore del Principe per fede del Popolo.
Maria SS. Della Fontenuova e i santuari Mariani della Toscana,
in "Il paesaggio dei miracoli. Maria Santissima della
Fontenuova a Monsummano. Santuari e politiche territoriali
nella Toscana medicea da Ferdinando I a Cosimo II",
Atti del Convegno, Monsummano Terme 6-7 dicembre 2002, pp.26,
Pacini, Pisa, 2004
3
Bacci G., Monsummano e la Madonna della Fonte Nuova, Memoria
Storica per il sac. Giovanni Bacci, professore di lettere
nel seminario di prato, Pubblicata per cura del sacerdote
proposto Luigi Mariani, pp. 2, 20, 27-33, 79-80, 119-122,
227, 229, Tipografia di R.Guasti, Prato, 1878
4
Spicciani A., Prospettive di ricerca storica, in "Culto
della Madonna della Fontenuova, contributi per una storia",
Benedetti, Pescia, 2003
5
Franzese D. P., Origine di un culto e di una comunità,
in "Culto della Madonna della Fontenuova, contributi
per una storia", Benedetti, Pescia, 2003
6
Prosperi A., Padule e Santuario, in "Il paesaggio dei
miracoli. Maria Santissima della Fontenuova a Monsummano.
Santuari e politiche territoriali nella Toscana medicea
da Ferdinando I a Cosimo II", Atti del Convegno, Monsummano
Terme 6-7 dicembre 2002, pp. 15-18, Pacini, Pisa, 2004
7
Gagliardi I., I Santuari della Valdinievole: alcune riflessioni
su i luoghi e le storie, in "Il paesaggio dei miracoli.
Maria Santissima della Fontenuova a Monsummano. Santuari
e politiche territoriali nella Toscana medicea da Ferdinando
I a Cosimo II", Atti del Convegno, Monsummano Terme
6-7 dicembre 2002, pp. 93-97, Pacini, Pisa, 2004
8
Greco G., I Medici e la Chiesa in Toscana, in "Il paesaggio
dei miracoli. Maria Santissima della Fontenuova a Monsummano.
Santuari e politiche territoriali nella Toscana medicea
da Ferdinando I a Cosimo II", Atti del Convegno, Monsummano
Terme 6-7 dicembre 2002, pp. 64-65, Pacini, Pisa, 2004
9
Zagnoni R., Borghi G. P., La Madonna del Faggio: un santuario
della montagna bolognese fra Castelluccio di Porretta e
Monte Acuto delle Alpi, pp. 18-20, Porretta Terme, 1988
|