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Pellegrino
chi ti chiama?
Che forza misteriosa ti attrae?
Così
recita una poesia sul cammino di Santiago.
Nel mio caso la scintilla è stata un ritiro di meditazione
cristiana del 2004, nel quale padre Lawrence sottolineò
la differenza fra desideri e bisogni. Tornando capii che
avevo bisogno:di spiritualità e così chiesi
a Guido, che già lo aveva fatto nel 2001, di tornare
con me sul cammino.
Una volta presa la decisione si è già partiti
interiormente.
Idealmente nel nostro zaino nostro figlio Gianluca e nostra
nipote Cristina, clarissa di Cortona, con il suo "cestino
da viaggio", un insieme di letture che facevamo ogni
mattina in comunione spirituale a distanza.
Partire
vuol dire lasciare tutte le sicurezze per entrare nella
precarietà senza sapere quello che troverai lungo
il percorso.
Lasciare tutto il superfluo che ingombra la nostra vita
per ritrovare l'essenzialità: tutto quello che ti
serve sta nel tuo zaino e lo zaino deve essere leggero.
Partire senza misurare il tempo e dopo appena tre o quattro
giorni di camino, subentra un senso di calma e di pace.
Tutto quello che occupava le mie giornate sembra già
lontanissimo. La sola cosa da fare è andare, camminare.
Il
poeta spagnolo Machado ha scritto una poesia sul cammino
che dice:
Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Il cammino si scopre facendolo. E' una esperienza di vita,
personale, difficile da raccontare.
Non so perché, ma sul cammino sono sempre stata contenta.
Ci sono andata contenta e ne sono ritornata contenta, felice
di tutto.
Quello che fa del cammino qualcosa di diverso dall'andar
per sentieri è la meta e la sensazione che a Santiago
c'è qualcuno ad aspettarci. La meta non è
San Giacomo ma Cristo dice il canonico della Cattedrale
ed è vero. Partire per Madrid non è la stessa
cosa che partire per Santiago. La destinazione dà
senso alla marcia. Se la vita non porta da nessuna parte
non siamo dei pellegrini, siamo dei vagabondi.
La magia del cammino sta nell'entusiasmo con cui ogni mattina
si riparte qualunque sia il tempo, la fatica, le vesciche
e qualunque sia la lingua ci si saluta sempre con "buen
camino".
La magia sta nel sentire che siamo parte di un flusso secolare.
Si mettono i propri passi nei passi dei milioni che sono
passati prima di noi su una strada millenaria come dice
il Priore di Conques, in Francia, sul cammino da Le Puy.
In un alternarsi di dubbi e certezze, si devono cercare
e saper scorgere i segni, metafora della vita, per trovare
la via da percorrere e il senso di quello che stiamo facendo.
Non ci si volta indietro. Chi è costretto a rinunciare
non ha pace fin ché non torna a completare il cammino.
E' un movimento esteriore e interiore che esige il rispetto
dei propri ritmi e del proprio corpo.
In un mondo che si muove velocemente c'è una sorta
di profezia in questo muoversi al ritmo del nostro corpo
senza fretta alla ricerca di un'armonia perduta. Ci si lascia
fare dal cammino, lasciandosi insegnare dal nostro corpo,
lasciandosi condurre dallo spirito.
Si trova la pace nella natura, nel ritmo naturale, nel ridurre
a poche cose le necessità giornaliere.
Il corpo impegnato per ore nella ripetizione dei passi lascia
lo spirito libero di vagabondare, e nella mente scorrono
immagini, parole, senza un ordine preciso come se il cervello
ritrovasse una libertà di funzionamento.
Risuonano nella mente tanti passi del Vangelo che parlano
di strada "Seguitemi", "Io sono la via la
verità la vita" e infine la domanda"chi
dite che io sia?"
In
un mondo di rumori e frastuono qui spesso è il silenzio
l'unico rumore che ti circonda.
Si fa esperienza di quello che io chiamo un eremo itinerante.
Specialmente quando sei nella meseta o per chilometri e
chilometri in boschi di quercia, come sulla Via della Plata,
quest'anno, si cerca di fare vuoto nella mente per fare
spazio a Dio, come nella meditazione, ma mille domande affiorano
alla mente a cui non trovi risposte e in quel momento Dio
ti appare davvero un Dio nascosto.
Tuttavia di fronte a un' improvvisa esplosione di colori
di un prato o di una distesa di grano mossa dal vento resti
incantato a contemplare le bellezze del creato e senti allora
che Dio si rivela.
E così ci si ritrova senza accorgersi a lodare e
a rendere grazie.
Spesso il mantra Maranatha mi ha accompagnato nel corso
della giornata scandendo il ritmo dei miei passi, sotto
il sole, sotto la pioggia, contro il vento. Se ti lasci
andare, anche camminare sotto l'acqua è bellissimo
e, mentre ripiegata su te stessa, costretta al silenzio,
ti nascondi sotto il poncho e abbassi la testa per ripararti
dalla pioggia senti che puoi resistere e che puoi farcela
. In quel momento senti che Dio sta camminando con te .
Anche il fango o un fiume in piena ti mettono alla prova,
ti costringono a fare attenzione a superare difficoltà
impreviste, che in altre circostanze ti avrebbero fatto
arrendere.
Incappare ogni giorno sulle proprie debolezze, i propri
limiti ti fa diventare più umile e ti ridimensiona
ti rende consapevole della tua nullità di fronte
all'universo, ma ripartire e avanzare comunque ti dà
la consapevolezza che dentro di te c'è una forza
a cui puoi attingere nei momenti di sconforto e di solitudine.
Sul
cammino avvengono incontri sorprendenti nel momento in cui
meno te li aspetti ed è incredibile la facilità
con cui dopo appena poche ore di cammino si possa instaurare
un rapporto di amicizia con persone mai viste prima, persone
provenienti da tutte le parti del mondo.
Quanta gente, quanta diversità. Ognuno porta con
sé il segreto del suo cammino e del suo rapporto
col sacro e col divino, tutti diversamente credenti, tutti
alla ricerca di qualcosa. Ma alla fine io credo che tutti
si incontrino con Dio o perlomeno scoprano il sacro.
Dagli incontri si impara la gratuità perché
bisogna imparare ad apprezzarli senza attaccarsi
apprezzare il dono dell'incontro in quanto tale. Ancora
una volta ci si alleggerisce dalla nostra volontà
di possedere.
Questi momenti sono dati per la gioia Volerli trattenere
è snaturarli ma i mille volti restano impressi nella
nostra memoria tessendo un filo che ci lega ad ogni angolo
del mondo.
C'è una regola non scritta per cui la sera si può
cenare insieme ma la mattina ognuno riparte senza pesare
sull'altro né avere aspettative di compagnia.
L'essere sul cammino da soli facilita gli incontri. Sono
stata sempre colpita dalle tante donne sole che ho incontrato.
Le considero molto coraggiose perché affrontano la
solitudine, le paure e tutto il positivo e il negativo che
può succedere. Devono sapersela cavare da sole, cosa
che per me è ancora uno scoglio da superare. Finora
ho sempre fatto il cammino con Guido e tutto è sempre
stato molto semplice.
Sul cammino si incontrano quelli che io chiamo gli angeli
custodi e noi stessi possiamo diventare gli angeli custodi
di qualcun altro con una parola di incoraggiamento, un'indicazione,
un sorriso, un momento di ascolto, condividendo emozioni
con chi è solo.
Si incontrano comunità di preghiera che ti accolgono:
Lascabanes, in Francia, dove il prete pellegrino fa la lavanda
dei piedi ai pellegrini che arrivano e li ricorda nelle
sue preghiere per tutta la settimana successiva, Rabanal
del Camino o Triacastela con la preghiera in tante lingue
diverse.
Si incontrano ermite solitarie dove ci possiamo fermare
nel silenzio pieno della presenza di Dio e pregare per i
nostri cari, per la pace, per il mondo.
Questo tipo di vita e di rapporti ha qualcosa della semplicità
monastica, crea comunità.
Non si è pellegrini da soli, lo si è con gli
altri, in mezzo agli altri. Non interessa che cosa fa uno
nella vita di tutti i giorni, tutti i pellegrini sono uguali
non c'è ricco, né povero, né debole,
né forte. Non è che le differenze sociali
siano annullate, solo che chi ha una giacca in gorotex non
si sente superiore a chi ha abiti semplici.
Alla sera è bello ritrovarsi nei rifugi. Se qualche
volta dormiamo altrove si ha la spiacevole sensazione di
essere usciti dal coro, di essere falsi pellegrini.
Si impara a vivere insieme. Si condividono cose materiali
in modo spontaneo e naturale, acqua, cibo, medicine, cure,
anche fastidi, come il russare, lo stropiccio dei sacchetti
di plastica alle 5 di mattina
Si impara l'umiltà, aver bisogno degli altri, una
parola, un consiglio, un'indicazione, un sorriso.
Si fa tutto in leggerezza nel modo più semplice del
mondo.
Si crea una comunicazione a livello profondo, spesso non
si parla di banalità.
Parlando si accoglie e si è accolti. Una parola può
essere detta, condivisa tra pellegrini perché si
condivide la stessa vita.
Negli
ultimi giorni, più ci si avvicina a Santiago, meno
si ha voglia di arrivare, non si vuole che tutto questo
finisca. Non si ha voglia di lasciare questa atmosfera,
questo modo di vivere.
Il giorno dell' arrivo si provano sentimenti diversi, gioia,
sorpresa, tristezza, straniamento, nostalgia.
Gioia perché si è raggiunta la meta. Sorpresa
di essere lì, tanto che molti restano a lungo sdraiati
nella piazza a guardare la cattedrale increduli.
Sorpresa di essere riusciti in quello che non credevi e
in una maniera del tutto naturale. A casa spesso chiedono
come è possibile camminare così tanto. Eppure
è possibile e senza essere eroi.
Si prova tristezza perché il sogno è terminato,
la semplicità si sta per perdere, si deve ritornare
alla vita di tutti i giorni, perché gli amici conosciuti
per strada se ne vanno e quasi sicuramente non si rivedranno
più. Il cammino è duro per questo non tanto
per il camminare quanto per il distacco.
Avvertiamo un senso di straniamento. Non siamo ancora pronti
al ritmo della città, perciò si avverte ancor
di più il bisogno di ritrovare quella calma e quel
silenzio che ci hanno accompagnato per tanti giorni. Così
ci si rifugia in cattedrale dove la pace ci avvolge in un
tutt'uno di cuore mente e corpo dove rendere grazie a Dio
sale spontaneamente alle labbra.
Tutti credenti o no entrano in cattedrale, tutti escono
con l'anima in pace e il cuore in festa.
Fuori sulla piazza mille foto ricordo e un continuo susseguirsi
di richiami di esplosioni di gioia per il piacere e la sorpresa
di riabbracciare qualcuno che si credeva perso per sempre..
Abbracci di gioia per chi arriva, abbracci velati di tristezza
per chi si saluta per sempre. Nel giro di due giorni si
cerca inutilmente qualche viso conosciuto e si capisce che
è arrivato il momento di partire, per non essere
sopraffatti dalla nostalgia.
Il
paradosso è che il Cammino di Santiago comincia al
ritorno.
Andata e ritorno sono due viaggi differenti,al ritorno c'è
un cambiamento di prospettiva.
Si ritorna con il cuore e lo spirito leggeri. Si è
più essenziali, più tolleranti, più
in pace con noi stessi.
Si torna diversi perché, parafrasando Etty Hillesum,
abbiamo fatto esperienza che si può essere capaci
di vivere anche senza niente perché c'è sempre
un pezzetto di cielo da poter guardare.
Abbiamo scoperto, con le parole di frère Roger, che
Dio illumina le nostre anime di una luce inattesa
e scopriamo che in noi al di là di una parte di oscurità
c'è soprattutto il mistero della Sua presenza.
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