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Le
testimonianze di Franco, Susanna, Giuliana, e Amerigo sul
cammino primitivo
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| Le
foto del Cammino
Primitivo |
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Franco
La
nostra è "un'associazione di pellegrini per
i pellegrini " e per la prima volta, dopo essere arrivato
6 volte a Santiago da diversi cammini, ho fatto il mio cammino
con nuovi pellegrini. Certo erano pellegrini speciali: Giuliana
tante volte lasciata a casa per impegni familiari, Susanna
che mi ha tanto aiutato nei momenti difficili della mia
vita, Amerigo sempre impegnato nella sue ricerche.
E'
stata una gioia accompagnarli, scoprire il loro stupore,
condividere con loro la fatica, arrivare tutti insieme alla
meta. Ero preoccupato all'inizio per la mia abitudine ad
andare solo, senza impegni e soprattutto di non poter camminare
con il mio passo. Mi sono adattato al loro ritmo senza troppa
fatica anche se in certi momenti quando mi sentivo affaticato
dal ritmo lento del camminare, partivo a razzo per riacquistare
il mio equilibrio. Sappiamo che è difficile conciliare
le diverse esigenze di chi sta insieme in un'esperienza
così particolare ma con sorpresa non abbiamo avuto
problemi nei nostri rapporti: c'è stata molta tolleranza
e sopportazione da parte di tutti. Forse le poche tensioni
nel gruppo sono state causate dal mio atteggiamento dovuto
alla mia precipitazione nelle decisioni e nel voler fare
tutto con grande fretta senza dare il tempo agli altri di
rilassarsi. Questo è il mio limite, devo riconoscerlo,
ma nell'insieme non credo abbia disturbato molto, forse
per merito di chi mi stava vicino. Non sono stato molto
clemente nello scegliere il cammino da fare perché
il primitivo è senza dubbio il cammino più
duro che ho mai fatto perché è un percorso
di montagna con un continuo "sali e scendi " che
non da tregua, ma che infine è risultata un'ottima
scelta perché la natura è stupenda con poche
persone sul percorso. Come succede spesso, sul cammino si
fanno incontri particolari come i giovani sposi danesi con
lei in attesa del primo figlio e lui pieno d'attenzioni
e d'amore. E poi l'incontro con Arantza la pellegrina basca
che viaggiava sola e veloce e come al solito, nonostante
i pochi momenti passati insieme la sera negli alberghi,
come succede sul cammino c'è stato un amore a prima
vista per tutti, tanto che ci ha scritto:
"Amerigo, Juliana, Franco y Susanna, ha sito un placer
conocernos, recibid un abrazo de esta peregrina que no os
olvida . Besos hasta siempre"
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Susanna
Quando
Franco annunziò che sarebbe partito ancora una volta
per Santiago, questa volta con Giuliana, percorrendo il
Cammino Primitivo, non ebbi alcuna esitazione: "Vengo
anch'io", esclamai con l'entusiasmo di chi sa che tutte
le volte che si lascia qualcosa per andare incontro al nuovo,
si spalancano infinite possibilità d'incontrare la
pienezza dell'essere.
La data prevista era il 10 luglio per arrivare a Santiago
verso il 23, in modo da essere presenti alle onoranze di
San Giacomo il 25, giorno della gran festa. Mancavano ancora
diversi mesi alla partenza e non era così scontato
che potessi lasciare tutto e tutti per una quindicina di
giorni, data la presenza in famiglia di una persona molto
anziana. Infatti, proprio quella persona anziana è
caduta il 12 febbraio con la rottura del femore. Sapevo
per altre esperienze che il percorso di riabilitazione sarebbe
stato lungo, ma mai ho dubitato di non poter fare il Cammino,
tale era la mia volontà e il mio desiderio per quest'esperienza.
Troppe cose erano in gioco: era come un appuntamento preso
da tanto tempo, sia per l'esperienza di amici che aveva
avuto grande ripercussione sulla loro vita, sia per un senso
profondo di gratitudine verso Dio, che più volte
si era manifestato nella mia vita, aiutandomi a superare
con coraggio e forza tante prove.
Il 10 luglio con Franco, Giuliana e Amerigo siamo partiti.
Quanta gioia! Da quel momento fino al nostro rientro il
27 dello stesso mese, direi che i sentimenti vissuti sono
stati: gioia, pace, stupore, entusiasmo, amicizia, calore,
commozione, gratitudine. Le frasi d'autori celebri "la
bellezza salverà il mondo", "l'essenziale
è invisibile agli occhi", "m'illumino d'immenso"
potevano indicare solo un frammento dell'incanto della natura
che ci circondava, del senso d'immensità in cui sembrava
immerso il nostro andare, della profondità del silenzio
e della gioia di sentirci parte di un tutto.
Il distacco dalle comodità, il dolore ai piedi, la
stanchezza, la pioggia che ci ha bagnato fino alle ossa,
il sole che picchiava, niente al confronto di ciò
che si è ricevuto dalla scoperta di fonti inesauribili
di gioia in fondo al nostro cuore.
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Giuliana
Il
mio primo cammino
avrei voluto farlo quando
Franco ha iniziato i suoi sei anni fa: avremmo sperimentato
insieme emozioni e sensazioni che invece lui ha provato
da solo o con altri.
Questa volta sono partita con il desiderio di recuperare
- almeno in parte - quel tempo perduto.
Il cammino è stato duro: la situazione del mio ginocchio
malandato mi destava all'inizio qualche preoccupazione,
ma, mentre camminavo, non ci ho pensato più anche
se, nelle numerose discese, il dolore si faceva sentire.
Continuavo a camminare anche per non rallentare l'andatura
dei miei compagni di viaggio; non mi disturbavano neppure
la pioggia battente ed il forte vento che faceva rovesciare
gli ombrelli.
Mi hanno sempre accompagnato la gioia di condividere finalmente
questa esperienza con Franco e le parole di Susanna, sempre
rassicuranti, quando ci accadeva di parlare interrompendo
il nostro andare in solitario.
All'arrivo a Santiago e poi a Fisterra non mi ricordavo
più di avere avuto un ginocchio dolorante.
Prima che il cammino confluisse nel cammino del nord e poi
in quello francese, si sono fatti pochi ma significativi
incontri: Aranzta, una ragazza basca che ha terminato a
Lugo il suo cammino per non trovare sul cammino francese
la moltitudine dei pellegrini. Ha camminato sempre da sola,
sbagliando anche strada: quante volte ho pensato a lei durante
il mio andare e la coppia di giovani danesi che ritrovavamo
al fine tappa, lei in attesa di un bimbo e lui così
amorevolmente protettivo!
Cosa spinge queste creature ad affrontare questa dura prova
non lo so e non voglio darmi una risposta. Ciò che
importa è l'espressione di gioia che trovi nei loro
volti ogni volta che li incontri.
Non ho avuto rivelazioni folgoranti: per me, questo è
stato il Cammino.
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Amerigo
Il cuore giovane del Cammino di Santiago
Le informazioni statistiche confermano un fatto percepito
da tempo da chi si reca a Santiago di Campostela: i peregrinos
dei vari Cammini, che confluiscono nella Città che
vanta la sepoltura dell'Apostolo Giacomo, aumentano di anno
in anno. Anzi da Anno Santo ad Anno Santo, secondo il conteggio
delle Compostelas consegnate nella particolare ricorrenza
in cui il 25 luglio, festa del Santo, cade di domenica: quasi
100.000 nel 1993, oltre 150.000 nel 1999, verso i 200.000
nel 2004, primo Anno Santo del XXI secolo. Aumentano anche
i Paesi di provenienza: fra essi l'Australia, nazioni del
lontano oriente, dell'Africa centrale.
Ma l'aspetto che più colpisce non è il numero
vistosamente crescente o l'origine inaspettatamente esotica
dei pellegrini, ma la componente dei ragazzi o, in genere,
delle persone giovani. Sono uno spettacolo di vivacità,
cordialità, estroversione nella più grande festa
che il Camino nel suo insieme offre, specie quando si conclude
nei giorni di festeggiamento attorno al 25 luglio.
Perché questi ragazzi si danno appuntamento lì
dalle varie parti d'Europa, del Sud America e da altre ancora,
come se ci fosse una preventiva intesa? Per un fatto di fede
religiosa in aumento? E' difficile immaginare che le nuove
generazioni siano più credenti dei loro padri e antenati.
Per un semplice effetto di trascinamento delle ondate di comunicazione
sul Cammino di Santiago, come avviene per altre località
o per altri eventi che stampa e televisione fanno conoscere
e diffondono? Possibile, ma insufficiente a spiegare da solo
un afflusso così vivo di gioventù. Un desiderio
un po' indistinto di misurarsi con le proprie forze e capacità
fisiche, in aggiunta ad altre sollecitazioni? E' probabile,
ma appunto: in aggiunta ad altro.
A cos'altro? Cercavo di osservarli, questi ragazzi, e di capire,
mentre si muovevano con grande disinvoltura negli albergues
de peregrinos, a differenza di noi, persone di altra età,
che qualche impaccio lo avevamo, o mentre comunicavano tranquillamente
in una sorta di koinè, che mantiene di base il castigliano,
o, ancora, mentre si scambiavano in forma molto naturale e
spontanea segni di simpatia e affetto. Sarebbe stato molto
semplice chiedergli: "Perché siete qui?",
ma penso che molti di loro mi avrebbero guardato incuriositi
per questa specie d'intrusione nel loro mondo e m'avrebbero
dato una risposta qualunque, la prima che gli fosse venuta
in mente. Credo anche che più d'uno, pur con la migliore
disponibilità a soddisfare la mia curiosità,
sarebbe rimasto titubante, perché una risposta chiara,
convincente, esauriente non avrebbe saputo trovarla, così,
su due piedi.
Azzardo io una risposta. Lo voglio fare in spirito di comprensione,
senza la sicurezza di chi ha delle analisi, delle letture
da propinare al prossimo.
Il mojón, come sa bene chi conosce il Camino, è
il cippo che i pellegrini tengono d'occhio per non perdere
la strada per Santiago: la concha, la conchiglia simbolo del
pellegrinaggio, indica la direzione, una targhetta metallica
(quando esiste e quando non è stata portata via, come
malinteso e vandalico ricordo del Cammino stesso) la distanza
esatta in chilometri e metri fino alla tomba dell'Apostolo.
La mia impressione è che quei ragazzi ricerchino anche
altri mojones, non sul terreno, ma dentro di sé. Volutamente
e consciamente o solo istintivamente e seguendo il loro intuito.
Essi sono alla ricerca di indicazioni che vadano al di là
e che siano più durature di quelle che la nostra società
gli suggerisce, troppo spesso limitate alla bulimia economica
e all'appagamento immediato e in chiave prettamente personale
del desiderio del momento. Non posso sapere se la risposta
che si daranno sarà una semplice intuizione della possibilità
di afferrare meglio e di agganciare più saldamente
la loro esistenza, oppure sarà un'elaborazione di riflessioni
emerse con una certa chiarezza nella loro coscienza. Né
posso sapere se essa avrà una valenza prevalentemente
culturale o spirituale, religiosa o filosofica o psicologica.
Le risposte saranno tante, probabilmente, e molto differenziate,
e anche composite, ed avranno una diversa capacità
d'incidere sul ravvicinamento fra l'esistenza cui nel profondo
aspirano e quella che in concreto vivono o hanno vissuto prima
dell'esperienza di Santiago.
Ci sono più fattori, più elementi che possono
rendere l'esperienza del Cammino unica, capace di lasciare
una traccia forte in tutti i cuori e, a maggior ragione, in
un cuore giovane.
In primo luogo il pellegrino percorre lunghi tratti in compagnia
solo dei suoi pensieri e della cadenza ritmica del suo respiro
e del suo passo. Gli abitati sono scomparsi dall'orizzonte
e anche i compagni di viaggio, occasionali o scelti alla partenza,
lo precedono o lo seguono d'un tratto più o meno lungo.
In secondo luogo egli s'è dato un impegno: di percorrere
la tappa fino all'albergue de peregrinos prefissato, coprendo
una determinata distanza in un certo arco di tempo. Non vive
cioè una circostanza casuale, occasionale, al di fuori
di ogni contesto voluto e perseguito.
Può essere di ulteriore aiuto e di rassicurazione per
un giovane lo scoprire, o quanto meno il percepire, che anche
gli altri giovani che incontra hanno bisogni e attese simili
alle sue, sicché la sua non è sentita come un'anomalia,
ma come qualcosa che lo accomuna ai suoi coetanei.
Ancora: attorno a lui si svolge un paesaggio che non è
solamente attraente per la sua bellezza, ma una testimonianza
ancor viva di come l'uomo ha saputo inserirsi nei secoli in
questo ambiente, rispettandone quasi sempre i lineamenti e
gli elementi naturali. S'imbatte molte volte in un mosaico
molto minuto di seminativi, prati, pascoli, boschi, impianti
arborei, aree naturali, intersecati da siepi, filari d'alberi,
piste, sentieri, strade, corsi d'acqua e da quel grande fiume
di storia e di cultura, che è appunto el Camino, anzi
los Caminos che da più parti confluiscono a Santiago.
Può percepire, specialmente se aiutato in questa lettura
del territorio, che l'uomo lo ha occupato e usato senza spirito
di rapina o di appropriazione ingorda, ma sentendosene custode.
Li ha utilizzati, questi territori, per le sue necessità
primarie, però in una prospettiva di uso durevole,
secondo un disegno che coinvolgeva anche le generazioni future.
In tale disegno v'era spazio anche per i suoi bisogni spirituali,
come attestano non solo le vie di pellegrinaggio, ma le strutture
di rifugio e accoglienza e la rete dei luoghi di culto, dalle
minuscole cappelle ai complessi monasteri.
Tutto questo può indicare il paesaggio-ambiente all'occhio
di chi cerca i riferimenti, los mojones, per un cammino dei
nostri giorni, più attento alle nostre aspirazioni
di serenità interiore e al senso di solidarietà
verso chi ci accompagna lungo il più complesso cammino
della nostra esistenza. |
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